Omaggio a Altan
The day after
Non
so quante vignette di satira abbia creato Altan nel corso di oltre tre
decenni, certamente alcune migliaia. Quello che dice della guerra uno
dei suoi tipici personaggi dall’aspetto torvo ― “Una guerra tira
l’altra o una guerra scaccia l’altra?” ― si potrebbe dire per
queste migliaia di vignette: plus ça change, plus c’est la même chose.
È invariabilmente il medesimo bersaglio che viene ogni volta colpito,
senza tuttavia che si riesca mai a abbatterlo. Implacabile, Altan vi
dedicherà tutta la sua vita ― è la sua vocazione ― pur sapendo
perfettamente che la testa tagliata del Mostro rispunterà ogni volta
duplicata. L’attualità politica, che tradizionalmente è il bersaglio
privilegiato della satira, si trova qui trascesa: l’obiettivo è altrove
e rimane dissimulato, benché sotto gli occhi di tutti. Non sono
“barzellette” ― sia pure feroci ―, e il riso ― sia pure amaro ― non è
terapeutico, meno che mai liberatorio. Visto dall’interno il “mondo”
di Altan (come del resto ogni “mondo”) è paranoico: la replica
inesauribile delle vignette, l’accumulo disperato dei sarcasmi,
testimonia che da esso non si può uscire. Non c’è apertura, possibilità
di mutamento: l’impotenza è la sola certezza di questo mondo. L’attimo
in cui il riso affiora come una liberazione è lo stesso che sancisce la
chiusura disperata della monade. Cipputi, con la sua sagacia
materialista e fulminante poteva credersi ancora un poco fuori da questo
“mondo” ― il mondo “piccolo-borghese” del capitalismo come associazione
a delinquere, fissato nella routine dei suoi atti criminali e nella sua
catalessi morale, certo della sua eternità come di una Natura; ma la
graduale scomparsa “dell’operaio più famoso d’Italia” dalla satira di
Altan, al di là della scomparsa storica di una classe politica (e
dell’illusione della lotta di classe “come motore della storia”), mostra
che perfino un “Cippa” (il suo nomignolo affettuoso) è il lusso di un
padre che non ci possiamo più permettere (come ben sanno i bambini di
Altan).
Con l’abiura del concetto ― e della parola stessa ― di
“comunista”, che significa rinuncia all’eredità della Resistenza; con la
dissoluzione delle classi sociali (e dei partiti che le rappresentavano)
e la loro assimilazione nella figura indifferenziata del “Consumatore” e
dell’ “Utente”, la satira di Altan ha cambiato inevitabilmente il
proprio soggetto. A prendere la parola è oggi l’Uomo Qualunque, l’uomo
della massa, un tempo carne da cannone e oggi da psicologo.
Vignetta dopo vignetta il trentennale studio
dell’antropologo Altan testimonia il cammino dell’Italia verso la
condizione di estremo asservimento: “Basta con gli allarmismi: questi
non usano l’olio di ricino!”, dichiara un benpensante; e l’altro: “Prima
devono fare degli spot per farcelo desiderare ardentemente”. I segni
della catastrofe sono individuati perfino nella fisionomia dei
personaggi: gli occhi con le palpebre a mezz’asta evidenziano
l’intontimento, l’inebetimento, l’anaffettività, l’apatia di fronte a
qualsiasi evento (“In assenza di entusiasmo”, dice uno di loro, “non
si potrebbe avere almeno un po’ di paura?”). A questa umanità
catatonica è rimasta un’unica testimonianza dell’esistenza di una vita
morale e intellettuale: il giorno dopo essersi dimessa non le resta che
il sarcasmo.
I dizionari contemporanei, con lievi differenze, definiscono
il sarcasmo “ironia amara o caustica, espressione di insoddisfazione
personale o di compiacimento nell’umiliare gli altri”, confermando che
la definizione di un dizionario non coglie mai nel segno.
Incomparabilmente più sottile è quella datane da Jacopo Mazzoni in
Della difesa della Commedia di Dante (1587), che suggella un senso
della parola per noi quasi interamente perduto: “Il sarcasmo ― scrive ―
è ogni volta che qualcuno con finto riso, e con simulate parole mostra
di contentarsi di quello, che gli porge sdegno, e rabbia grande”. Rimane
dunque “una fiammella” di speranza ― lo sdegno e la rabbia che ancora
ardono sotto le ceneri?
In quanto al sarcasmo di Altan ― non al suo umorismo,
perché la comicità di Altan non si può definire propriamente umoristica
―, è certo che non si accontenta, che, incontentabile di sdegno e
di rabbia, resta fedele al suo senso etimologico, che viene dal greco
sarkasmós, derivato da sarkázein: “lacerare le carni”.
La satira di Altan proviene direttamente dalla Resistenza:
dalla resistenza storica al fascismo attivo, alla resistenza attuale al
“fascismo passivo” (“E chi ci tutela dai rischi del fascismo passivo?”
afferma un “fumatore”), che è poi resistenza al conformismo della
psicologia di massa, che non ha alcun bisogno di un duce. Il terrorismo
della bomba o dello spot (che fa incomparabilmente più vittime)
non è altro che questo furioso desiderio di conformismo, dove, come dice
la vignetta di Bucchi, “la democrazia accoglierà tutti come un luogo
comune”. È a questo luogo comune ― e difendersi dai luoghi comuni è
difendersi dal "fascismo passivo" ― che la satira di Altan, eroico nella
sua solitudine, ha dichiarato una guerra senza quartiere.
Lottare perché la democrazia ritorni a essere il luogo
privilegiato del singolo ― privilegiandolo invece di sacrificarlo ―, non
lesinando morsi che fanno male alla sua “buona coscienza”, ci sembra
l’intento propriamente politico dell’arte di Altan e l’ultimo
bastione di un discorso che può ancora definirsi “di sinistra”.
moreno manghi
*
* *
The day after dei
bambini di Altan
“Qui
si uccidono i bambini” strilla un bimbo con un basco blu in testa a
un tizio di fronte a lui che replica: “E cosa dovrebbero: uccidergli
i genitori così restavano orfani?” Il disastro dunque è già
avvenuto sulla Terra: adulti senza figli, così da non correre il rischio
di lasciarli orfani. Questo è il genere umano di Altan, in due battute:
bambini non generati, senza nascita come recita secco un neonato
identificabile dal ciuccio e dal pannolino: “In seguito a un giro di
spermi congelati fecondazioni in vitro e uteri in affitto sono nato io:
figlio di me stesso”.
Si tratta di reduci, creature sopravvissute a una
catastrofe: nessuna esplosione nucleare, nessuna bomba H, ma una terra
disabitata da incontri, nella desertificazione dei rapporti di cui i
bambini sono stati i primi a fare le spese. La catastrofe è già acqua
passata per questi bambini, il loro tempo è senza dolore, nell'ironia
fulminante di quello che si dicono, segnale di un pensiero vigile,
compiuto e senza speranza. Non sono orfani di niente e nessuno perché
non hanno ricordi né passato, non hanno casa né paesaggio.
Non vi è alcun dubbio, scorrendo le vignette e trattenendo
la facile risata che scappa alle loro trovate, che questi bambini
sopravvissuti hanno subìto una mutazione, nei tratti del volto,
nell'assenza del gioco, nella lucidità della loro solitudine, nel
parlarsi senza interlocutori, separati dai grandi, che rimangono
sprofondati, spenti e moribondi in un mondo dove non vi è più nessun
accadere psichico.
I bambini senza nome di Altan portano ancora addosso le
vestigia inutili di un'infanzia preistorica: una bambola cascante da un
braccio che la bambina si trascina dietro, senza giocarci, aeroplanini o
una palla gettati a terra. Esseri senza nome e destino poiché non vi è
rimasto nessuno a fare da padre. Il loro venire al mondo, brutalmente, è
un incidente biologico o una disattenzione: “Babbo, perché mi hai
fatto nascere in un mondo così?” risposta “Un forellino nel
profilattico”. Certo i vari amplessi disegnati da Altan hanno perso
ogni finalità, procreazione compresa, per ridursi a una scena-tipo dove
le prestazioni di uno sono l'oggetto del sarcasmo dell'altra. Dei tipi
umani inariditi, capaci di generare solo il sarcasmo con cui mordono chi
hanno accanto.
Anche i gesti di questi bambini sono sconfessati,
banalizzati e ricondotti ai luoghi comuni di cui abbondano i loro vicini
adulti: “Addio: vi lascio!” annuncia una bambina ai genitori
seduti sul solito divano. Ed ecco la reazione: “Vabbé: ma chi dei due
lasci di più?”. Altan non esagera: il bambino, per quei due, è
estinto.
Sono bambini senza destino, senza eredità, se non quella del
patrimonio genetico paterno ormai preferito ai beni: “Cosa mi
lascerai, babbo?” il babbo: “Un colesterolo a 420. Vedi di farlo
rendere.”
Condannati a doversi costruire, da soli, una propria legge,
essi sono perfettamente autonomi nei loro rapporti, sorvegliano i grandi
per difendersene, per essere pronti a ogni evenienza disgraziata che
“quei due”, i genitori, possono combinare.
Quei due, infatti, sono il prodotto ultimo della
“genitorialità” (strana e ineffabile essenza che farebbe di un individuo
un genitore), colti continuamente in flagrante da bambini che ormai la
sanno lunga e si tengono pronti a restituire i colpi che, ahimè, non
arrivano nemmeno più, nella condizione di anestesia generale in cui
vivono tutti. Gli incontri si sono estinti, rimangono ― anche quelli in
dose minimale ― solo i conflitti generazionali, luoghi comuni della
pedo-psicologia: “Per crescere ci vuole il conflitto col padre!”
risposta del padre ormai catatonico: “Sono una pappamolla: al massimo
crescerai di un annetto.”
Nelle vignette i personaggi si muovono in assenza di
storia, appesantiti dalla noia di eventi senza esperienza che fanno
parlare grandi e bambini come abitanti di pianeti diversi, senza
possibilità d'incontro. I bambini parlano solo tra loro, il loro
rivolgersi ai grandi è puramente formale, retorico, sono in grado di
anticiparne le risposte, non si aspettano più nulla di buono e assistono
imperterriti al loro sfascio.
Questa amara distanza è tale da renderli invisibili allo
sguardo; si sono emancipati anche dalla schiera di psicologi che
interveniva su monelli, disadattati, iperattivi, discoli, ecc. Dunque
sono bambini senza sintomi o malanni perché non vi è più nessuno da
chiamare in causa, né padri, né madri, né maestri; è tempo perso, per un
bambino, costruirsi un sintomo, una disfunzione.
Usano una parola tagliente, insolita nell'infanzia, dicono
quello che pensano come fossero perfettamente attrezzati nel parlare;
il loro primo obiettivo è quello di essere lasciati in pace, di farsi i
fatti loro, nel disincanto di volti che non sorridono né piangono mai.
Alla fine, quando ci soffermiamo a pensarli, nelle loro
vignette disabitate, viene un brivido che congela ilarità e risate; i
bambini di Altan ci lasciano così, da soli, nella certezza terribile di
non avere più un loro sguardo, una loro parola.
sandra puiatti
(Settembre 2007)
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