La voce perduta

 

Quando potrò riavere la mia voce?

Eminentemente, la psicoanalisi,  le sedute di un' analisi, sono fatte dalla voce. Non è un'ovvietà. Quando, ad esempio, si osserva che in un'analisi "non si tratta che di parole", non ci si avvede che in questo modo si descrive l'analisi solo esteriormente.

L'oggetto della psicoanalisi, al di là della parola, del significante e dei suoi effetti di significazione, è rinvenibile nella voce. Un'analisi riuscita (conclusa) coincide con l'acquisizione di una propria voce, perché la voce non è un dato di natura, "il suono emesso dall'uomo parlando", come la definiscono i dizionari, e nemmeno un dato di cultura, ma il segno, anzi la stigmate di quella educazione civica che Freud ha chiamato "castrazione". E' dalla sua voce che riconosco se l'altro mi sta parlando, se mi sta venendo incontro, se mi sta chiamando, se mi sta dicendo la verità, se mi sta mentendo, se ha raggiunto una conclusione sulla sua morte.

Inversamente, la psicopatologia è il prodotto della falsa testimonianza, ossia di un inganno ("falso" deriva dal latino fállere, "ingannare") e dura fino a quando l'ingannato collabora segretamente con il suo antico ingannatore, senza denunciarlo. In un'analisi, in maggiore o minor misura, a seconda del grado di questo collaborazionismo, il soggetto patisce la propria voce, che non riesce mai a "registrare" nella sua giusta accordatura tonale e timbrica. La voce, nella seduta dove ci si rivolge a colui che occupa il posto di testimone di verità, è sempre troppo alta o troppo bassa, troppo roca o troppo squillante, spesso velata e impastata, oppure garrula, lagnosa o sfuggente: l'analizzante se ne lamenta di continuo, il suo dire è sempre in falsetto,  la sua voce è, come per i ricordi, una voce di copertura. Alcuni (tra i quali chi scrive) pensano alla conclusione dell'analisi come al ritrovamento di una propria voce, la giusta voce, una voce liberata mediante cui, finalmente, il proprio dire riacquista efficacia, incidenza, persuasione, calore, ospitalità, ma anche sprezzatura, autorità, autorevolezza, facoltà di concludere senza aggiungere altro. Basta ascoltare un momento, alla radio o al ristorante, a un convegno o in treno, ovunque, in un qualsiasi discorso, non il senso, la cultura, l'informazione, le ragioni, le spiegazioni, ma la voce, ed ecco erompere il falsetto come la cifra segreta della falsa testimonianza che corrompe la lingua. Tanti si sono fabbricati una voce artefatta (perfino una "bella voce"), una voce che ostenta sicurezza, una voce esibizionista, oscena, informativa, manageriale, moralistica, pedagogica, seducente...  Credo che sia bene non ascoltare troppo il falsetto, perché viene voglia di tacere a oltranza. Non si può più ascoltare, non si può più parlare.

Dopo un colloquio con una madre, ho pensato che l'insostenibile, osceno falsetto di quella voce poteva essere una delle ragioni per cui un bambino, se nessun altro gli ha mai potuto parlare, sceglie l'handicap. Come dargli torto? Quella non-voce, al di là dei contenuti, era di per sé offensiva, mortificante, aliena, e c'era sempre, sempre, sempre: parlava di tutto, su tutto, senza mai chiamare nessuno.

 

Moreno Manghi