Verso una meta di pace

 

 

 

 

Oltre ai soliti e annosi tentativi ormai teorizzati di alcuni movimenti psicoanalitici di andarsene da Freud, per colui che pratica la psicoanalisi (non si tratta, per fortuna, solo dei titolati) si aprono oggi altre vie per compiere questo trapasso: “ponti d’oro” per chi se ne va.

Non si tratta di praticare ortodossie e dottrine, di fare i garanti del pensiero di Freud – abbiamo assistito all’opera del lacanismo con l’esclusività ossessionata del copyright sui testi ma di rispettare, meglio: amare le tracce di Freud, cioè l’eredità messa insieme in una vita, come si dice del patrimonio di una casata, e offerta agli eredi, senza inganni. Egli, infatti, non si è mai risparmiato di rendere visibile, ai praticanti la psicoanalisi, il duro cammino e il lavoro necessari per portare a compimento quella che non può che essere la vocazione pubblica della psicoanalisi. Gli epistolari testimoniano che, là dove un legame è fallito e qualcuno se n’è andato, ciò è accaduto perché si è tentato di insinuare una certa privacy, di pretendere certe confidenze nel rapporto con Freud. Ma egli non faceva che indicare che un legame di privilegio è pubblico, frutto di un legame di lavoro, senza altra gerarchia o esclusività che quella del merito.

E senza inganno Freud appare, da vecchio, in alcuni filmati offerti a chi si trova in visita alla sua dimora viennese. Colui che entra nell’appartamento e riesce a rispettarlo, inizia a costruirsi un certo silenzio per andare a vedere un vecchio nelle ultime scene della sua esistenza, un vecchio che appare grande proprio in quelle immagini dove concede che altri si prendano cura di lui, lo accudiscano. Lascia fare ad altri… appunto.

Nell’atrio del vecchio palazzo viene incontro al visitatore una delicata vetrata con figure liberty che sembra voglia impedire e trattenere chi s’inoltra nell’androne dalla vista di un’orribile scala di sicurezza che devasta il cortile interno, segno inesorabile di un rispetto mancato (come in genere tutte le questioni della “sicurezza”).

Nella visione dei video, attorno a Freud si muove, con i gesti affrettati dei vecchi filmati, una corte di persone, un compendio tra legami familiari, di amicizia e di passione, e tutto accade in luoghi accoglienti: il terrazzo sul tetto della casa parigina di Marie Bonaparte, o gli splendidi giardini, ultimo quello della casa di Londra. Vi si coglie lo sguardo accorto e malizioso della celebre principessa o i gesti solerti della figlia Anna, un po’ irritanti in quel suo prendere possesso del padre ammalato. È la sua voce che commenta i filmati, una voce che immaginiamo addolcita dalla vecchiaia. In ogni scena che passa, i volti e gli sguardi dei presenti tengono d’occhio la telecamera, catturati dal fatto di stare dentro a qualcosa che viene documentato per essere lasciato ai posteri.

         L’unico incurante è il professor Freud, imbavagliato e infagottato in caldi plaids su vecchie chaises-longues che non mitigano la sua stanchezza, la sua voglia di pace. Si vede un uomo mite, quasi sempre sorridente, che si gode la compagnia di amici, familiari, che strapazza di carezze una nipotina e si china affettuoso sui suoi cani. È qualcuno che ha potuto mollare la presa e si prepara a dimettersi, a partire, e non solo da Vienna: sono gli ultimi atti per raccogliere anche questi frutti che si addicono ad un vecchio ammalato che si trova a concludere una vita senza paura di un pubblico e di testimoni.

 

La stessa giornata viennese, la stessa che aveva portato a Berggasse 19, già dal mattino stava preparando uno stesso filo di pensieri, con l’entrata all’Albertina che ospitava i dipinti di Jakob e Rudolf von Alt. Passando da un acquerello a quello seguente, seguendo, cioè, il tempo di una vita, ci si presenta una stessa storia di lavoro tenace, al limite con il virtuosismo, una dedizione che pare anticipare qualcosa che si coglie insistente pur nella diversità dei dipinti. Le epoche diverse dell’esistenza dell’autore, nella crisi o nella gioia, segnano i quadri, nel tocco e nella tecnica più che nel soggetto, ma indicano una meta sempre tenuta, un’opera continua che non può che stupire. Il posto vuoto, immaginiamo sia l’ultimo dipinto che rappresenta la stanza da lavoro di von Alt, benché ridotto a una macchia informe, ci diventa abitabile, per aver visto, prima,  tutto il resto;  vi si giunge preparati ad una conclusione, ad una morte in pace.

Ben diverso il ricordo della sedia di Van Gogh, forse mai abitata e lasciata sempre vuota nella sua desolazione.

Il pomeriggio ci conduce, nello stesso filo di pensieri, a un negozio di dischi, “Da Caruso”: all’interno solo silenziose e distinte persone viennesi, a dispetto del nome. Anche da qui si esce con qualcosa da portarsi via, con l’opera ultima di Maurizio Pollini: “I Notturni” di Chopin. Ci voleva proprio tutta una vita per suonarli così.

 

 

Sandra Puiatti