L’uomo senza lacrime

 

Perché ci sia un “discorso del Padrone”, non è affatto necessario il comando di un padrone in carne e ossa; è sufficiente che ci sia una legge rispetto a cui un soggetto è senza facoltà di giudizio. Se potesse giudicare la legge sarebbe comunque libero di sottomettersi o di non sottomettersi a essa libero di sottomettersi  perfino nel caso la giudicasse ingiusta.

Il caso della sottomissione a leggi rispetto alle quali il soggetto è senza facoltà di giudizio, è il caso delle psicopatologie. In tutte, in maggiore o minore misura, domina la “coazione a ripetere”, dove, date determinate circostanze, viene invariabilmente ripetuto lo stesso schema di comportamento non importa se con conseguenze disastrose per la propria vita , senza che il soggetto abbia la minima libertà di opporsi all’automatismo che lo comanda, di cui non sa nulla, se non che “non può non” pensare-agire in quel modo, che “deve” pensare-agire così.

È sufficiente questo cenno per mostrare la prospettiva rivoluzionaria in cui la psicoanalisi situa la “malattia mentale”, perché è stato Freud a individuare, nella Wiederholungs’zwang, non la ripetizione che in sé non ha nulla di patologico ma la costrizione o compulsione (Zwang) a ripetere una legge estranea e usurpativa, che limita in tutto o in parte la libertà di pensiero, prima ancora che di movimento.

Ecco perché la psicoanalisi non cura la “malattia mentale”, non cura i “disturbi psichici”  ciò che fa la psicoterapia, che si prefigge(va) di guarire secondo un’idea medica di cura che deve riportare allo stato di salute antecedente la malattia ; la psicoanalisi cura le malattie della libertà, perché considera le psicopatologie non come “malattie mentali” ma come delle limitazioni, delle menomazioni della libertà individuale. Come Freud scrive ne L’Io e l’Es (OSF, IX, p. 512):

         [la psicoanalisi] non ha certo il compito di rendere impossibili le reazioni morbose, ma piuttosto quello di creare per l’Io del malato la libertà (Freiheit) di optare per una soluzione o per l’altra”.

Creare la libertà di optare per una soluzione o per l’altra: ecco ciò che fa la psicoanalisi politica nel suo stesso atto (senza il ricorso a un discorso politico che vi si aggiungerebbe). Infatti, basta separare gli scritti tecnici di Freud da quelli civili, politici e giuridici (Il disagio della civiltà, L’avvenire di un’illusione, L’uomo Mosé e la religione monoteistica, La questione dell’analisi laica, ecc.), e la psicoanalisi diventa ipso facto psicoterapia.

Il moderno “discorso del Padrone” si riconosce dalla volontà di postulare leggi del pensiero antecedenti il pensiero, che viene così ridotto a mero esecutore di comandi che gli sono estranei, ma che tuttavia sono “dentro di lui”, comandi che gli verrebbero impartiti dalla sua stessa “mente” e rispetto ai quali non può esservi nessuna libertà oltre a quella di eseguirli. In questa volontà, già formulata da Schreber come volontà di Seelenmord, di “assassinio delle anime”, riconosciamo il programma della “psicologia scientifica”.

Una psicologia che opera con i concetti della scienza è nemica dell’uomo, perché il “soggetto della scienza” non parla, non vede, non sente, ma soprattutto non pensa. È questa, d’altronde, la vera ragione della irriducibile opposizione di Goethe a Newton, e non una polemica reazionaria del classicismo umanista  contro il progresso scientifico. La luce, la luce di Newton, che ha tolto i colori al mondo, non è più… la luce, proprio come la psicologia scientifica, che ha tolto l’anima all’uomo, non è più… la  psicologia.

Che cos’è allora? Che cosa significa la volontà di ri-costruire la psicologia, cioè il “rapporto dell’uomo all’uomo”, a partire dalla scienza? Quali le conseguenze? Quale il prodotto di questa operazione?

 Contri, che ne ha disegnato la fisionomia, lo ha chiamato “l’eunuco scientifico”, e gli ha contrappostol’uomo barocco, l’uomo senza lacrime dipinto da Serodine come disordine del corpo nel suo rapporto con il disordine del mondo e con la scienza di questo”. Quest’uomo barocco, espropriato della psicologia (“anima”) e senza lacrime, può diventare il punto di un nuovo inizio, solo che abbiamo il coraggio  di vedervi il nostro attualissimo ritratto.

Il segno della guarigione psicoanalitica comincia con la rinuncia a un certo lessico (interazione, gestione, funzione, ruolo, immaginario collettivo, sfera, sistema, struttura, simbiosi, utenza, coppia genitoriale, genitalità, ecc., ma anche: ipovedente anziché cieco , non deambulante anziché zoppo , “diversabile” anziché, a questo punto, il molto più “sano” handicappato,  ecc..), lessico ormai quotidianamente sulla bocca di tutti, che è il marchio, la stimmate del moderno discorso del Padrone. Come afferma Jean-Pierre Winter a conclusione della sua intervista: “Io credo che le stanze dove si pratica la psicoanalisi, in tutt’altra accezione, certo, siano dei luoghi di resistenza”. Lo crediamo anche noi, anche se non si può resistere per sempre; prima o poi bisogna concludere “per una soluzione o per l’altra”.

Agosto 2006

m.m.