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Un'equivoca penetrazione. L'ascolto invidioso Notevole questo passaggio da un recente weblog (ottobre 2004) di Studium Cartello, intitolato
Gay: l'ano militante. La linea di partito: L’omosex nei nostri anni è solo un passepartout. Ma ha ancora un difetto: benché omo è ancora sex. Ha ancora un “vizietto”. Infatti c’è ancora penetrazione, ossia un’allusione alla differenza dei sessi: che l’omosessualità non riesce a nascondere, derivando essa come “risulta” del rifiuto della differenza. Non è autonoma dalla differenza sessuale. E’ proprio con la penetrazione che nella prospettiva post-omosessuale del Partito bisogna farla finita. Ora - ecco tutto - la penetrazione non è anzitutto quella genitale: la prima è intellettuale, da lingua a orecchio, si chiama intendere. L’obiezione di fondo è questa: tutto ma non intendere, ascoltare, ossia la penetrazione del pensiero. La meta finale del Partito è un mondo in cui nessuno ascolta nessuno. Cioè l’intolleranza fatta principio.
Le cose non cambiano affatto dall'omo all'etero (tranne che per il fatto - decisivo - che l'etero non fa Partito). Come mostra il caso seguente: lei, quando lui vuole penetrarla, lo blocca e poi si mette a piangere, rendendosi di fatto impenetrabile. Ma c'è innanzitutto un equivoco, in cui tutti caschiamo. Lo formuliamo in forma interrogativa: Perché una volta dati un lui e una lei subito riferiamo - anzi: non possiamo non riferire: compulsione - l'atto di penetrare agli organi genitali, e mai alla lingua parlante e all'orecchio ascoltante-intendente? Prima che "sessuale", l'impenetrabilità è innanzitutto dell'orecchio, incallito a non volersi fare penetrare dalla lingua, risoluto a non dare ascolto a nessuno. L'impenetrabilità "sessuale" a cui ci riferivamo nel caso suddetto non è che la conseguenza dell'impenetrabilità dell'orecchio determinato a non voler intendere, a fare continuamente obiezione. E infatti lei è implacabile nel rendere a lui puntigliosamente la pariglia: non accetta che lui possa pagarle qualcosa (non cito che un esempio) senza rendergli i conti il giorno dopo, perché "quel che è mio è mio e quel che è tuo è tuo". La pariglia - il principio della parità dei sessi - fomenta la guerra dei sessi resisi impenetrabili. Lui e lei non si ascoltano più: si accusano, si parlano addosso, in un battibecco perpetuo, o, ancora peggio, si "odiano democraticamente", con civiltà, e aspettano pazientemente il proprio turno solo per ribattere colpo su colpo. Fino a quando non si parleranno più: non per parlare a qualcun altro, finalmente disponibile all'ascolto, ma per continuare il battibecco tramite i loro avvocati. Come rimedio al fallimento del rapporto sessuale Freud proponeva, sia per l'uomo che per la donna (dunque anche per la donna) la "castrazione": ne individuiamo un esempio elettivo nel rendere disponibile l'orecchio ad ascoltare, nel liberarlo dall'obiezione, ossia nel predisporsi a farsi penetrare dal discorso di un altro. L'amante è chi sa intendere, chi se ne intende, chi si fa penetrare, chi accoglie il discorso dell'altro, chi sa ascoltare. La "castrazione" riafferma la differenza dei sessi come il più grande dei benefici per l'uomo e per la donna così come per tutti, perché se uno parla, l'altro, se lo vuole ascoltare, deve tacere, ossia non essere tentato di parlare "più forte" nello stesso momento, o di far finta di ascoltare al solo scopo di non voler intendere niente. Dunque la "castrazione" non è un concetto che si applica agli organi genitali ma al rapporto lingua-orecchio, al saper parlare e al saper intendere, opera nel senso di tagliare la maldicenza e l'ascolto malevolo. Plutarco ne sapeva qualcosa, avendo individuato nei Moralia "l'ascolto invidioso":
L'invidia poi, congiunta a malizia e livore, non va bene in nessun caso, e se la sua presenza ostacola ogni retto comportamento, diventa pessima assistente e consigliera di chi ascolta, perché gli rende fastidiose, sgradevoli e inaccettabili le osservazioni utili, dato che gli invidiosi godono di qualunque altra cosa piuttosto che di quelle dette bene. Eppure, chi si sente mordere dalla ricchezza, dalla fama o dalla bellezza d'un altro è soltanto invidioso, perché lo tormenta la felicità altrui, mentre chi soffre nel sentire un discorso giusto è infastidito dai suoi stessi beni, perché come la luce è un bene per chi può vedere, così un discorso lo è per chi può udire, sempreché lo voglia accogliere. Ma se negli altri casi l'invidia nasce da certe disposizioni rozze e malvagie, quella rivolta contro chi parla muove da inopportuno esibizionismo e mala ambizione, e non consente a chi si trova in questo stato d'animo di concentrarsi su ciò che viene detto, ma ne disturba e distrae la mente, che ora si mette a osservare se le proprie capacità siano inferiori a quelle di chi sta parlando e ora invece si sofferma a guardare se gli altri seguano compiaciuti e ammirati, e si sente urtata dagli assensi e si indispettisce con i presenti se mostrano di gradire chi parla. E quanto ai discorsi, essa lascia cadere in oblio quelli già pronunciati, perché rammentarli è una sofferenza, e si agita e trema al pensiero che quelli successivi possano essere ancora più belli; noti vede l'ora che chi sta tenendo un bellissimo discorso abbia terminato di parlare e, appena l'ascolto è finito, non ripensa a niente di quel che è stato detto, ma si mette a contare, come fossero voti, le esclamazioni e gli umori dei presenti, e fugge e schizza via come impazzita da chi approva, correndo a imbrancarsi con chi solleva critiche e distorce le argomentazioni svolte; se poi non c'è niente da distorcere, tira fuori che altri hanno saputo sviluppare meglio lo stesso tema e con maggior efficacia, fino a quando, a forza di svilire e infangare, non si sia reso l'ascolto inutile e vano.
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