| Tiremm innanz “Antonio (Amatore) Sciesa fu un patriota, di mestiere tappezziere, che nel 1850 entrò in contatto con i comitati clandestini repubblicani milanesi. Arrestato nella notte tra il 30 ed il 31 luglio 1851 mentre affiggeva manifesti insurrezionali in via Spadari, a Milano (indicazioni posteriori della polizia austriaca rivelano la falsità dell'accusa), venne condannato alla forca ma, per la mancanza del carnefice, subì la fucilazione. Mentre lo conducevano al luogo dell'esecuzione, fu fatto passare sotto casa sua sperando di indurlo, col pensiero della famiglia, a rivelare il nome dei complici e, in cambio, aver salva la vita. Il coraggioso operaio alle esortazioni dei suoi carnefici rispondeva (in dialetto): "Tiremm innanz", difendendo con semplice dignità la sua grandezza e la sua città che combatteva l'invasore austriaco. (Dagli atti del processo sembra che le parole realmente pronunciate siano state: "Mi soo nagott! Podi minga parlà, e parli no! Quel che è faa, è faa!" = "Non so niente! Non posso parlare e non parlo! Quello che è fatto è ormai fatto!") Il nome sulla lapide, Antonio (anziché Amatore) Sciesa, è dovuto ad un lapsus del cancelliere, che nella velocità del processo gli attribuì paradossalmente il nome del poliziotto che accusava lo Sciesa”. Ci limitiamo a osservare che con quel “paradossalmente” anche l’estensore di questo pregevole sunto tira innanz sul senso del lapsus (peraltro immortalato per l’eternità), il quale rivela che il cancelliere la sapeva lunga su chi fosse il vero colpevole da condannare. Ma, come abbiamo già notato altrove, il lapsus, e non solo in tribunale, non ha diritto. (marzo 2009) Cfr. anche http://www.salusaccessibile.it/Blog/il_lapsus_in_tribunale.htm |