Elegia per Star Trek     

 

 

Lo spazio può essere la proiezione dell’estensione dell’ap-

parato psichico. Nessun’altra derivazione è verosimile.

 […] La psiche è estesa, di ciò non sa nulla.

 

S. Freud, Risultati, idee, problemi [1938]

 

 

            Space: the final frontier. Dell’aspetto “culturale” o storico-culturale o sociologico o di costume di Star Trek ci disinteresseremo completamente; per non dire di quello morale (o moralistico) o “psicologico”: i personaggi della celebre saga non ne dispongono se non come di un valore aggiunto, e perfino surrettizio; come osservava un bambino, la scelta drammatica del comandante Kirk tra il salvare la donna che ama (per vivere con lei) e il salvare “milioni di vite umane” (nell’episodio datato 1967, Uccidere per amore), se si risolve a favore di quest’ultimo corno dell’ alternativa è solo “per forza,  dato che lui è il Capitano!”, ossia: la sua “missione quinquennale di esplorazione delle galassie”, nonché la serie televisiva per il Nostro piacere deve pur continuare! (Questo significa, per contro, che se non si trattasse del Capitano dell’Enterprise i milioni di astrattissime vite umane potrebbero perire tranquillamente in cambio della concretissima donna che amo, come è giusto per chi ― come il bambino ― non è ancora corrotto da scrupoli moralistici e sensi di colpa. Osserviamo inoltre che una scelta del genere, “uno per tutti”, è un costrutto perverso se non ha il suo correlato in “tutti per uno”).

         La serie classica di Star Trek (iniziata nel 1966), anche grazie al budget irrisorio, alla completa mancanza di effetti speciali e al virtuosismo degli attori, ci mostra che l’ultima frontiera dello “spazio” non è altro che una stanza, una porta che immette su un corridoio, che a sua volta immette in altre stanze, con altre porte e corridoi. L’ “esterno” non esiste ―  è sempre un set: finti esterni che in realtà sono degli interni con fondali dipinti ― , non c’è in effetti alcuna apertura, alcun reale confine da varcare: i viaggi interplanetari tra le galassie si fanno sempre in surplace, sullo stesso posto. Ma, rovesciando un celebre detto, plus c’est la même chose plus ça change. I pochi e rudimentali oggetti che si hanno a disposizione possono prestarsi a diventare qualsiasi cosa: un portasigarette, aprendosi, può permettere di comunicare a milioni di anni luce di distanza; un vecchia radio a transistor può mostrare il futuro; un qualunque pertugio nel muro può diventare un portale per un salto nel tempo, un cucchiaio ricurvo spara raggi laser regolabili per stordire o per uccidere, un “borsello” da uomo portato a tracolla (di quelli che ebbero un certo successo negli anni ’70) dispone di bottoni che permettono una potenza di calcolo incommensurabile, nonché l’analisi istantanea di tutti i componenti fisico-chimici di un’atmosfera aliena. Anche la laconicità dei modellini interplanetari nei loro troppo rapidi e goffi movimenti, le lampadine che lampeggiano con colori intermittenti e fungono da “siluri fotonici”, l’ingenuità dei dialoghi “scientifici” (a volte puerili) non deve trarre in inganno; la vera fantascienza si fa così, con uno scantinato o un vecchio magazzino in disuso, un pezzo di stoffa blu e un vaso da fiori in testa per distinguere gli alieni dagli uomini della flotta stellare, che hanno l’uniforme fatta con un pezzo di stoffa rosso e una bandoliera di cuoio a traversa. A nessuno viene in mente di fare disquisizioni scientifiche sulla possibilità di viaggiare in altri mondi privi di scafandri, tubi, tute da astronauta, moduli lunari e scarpe magnetizzate: si va così come si è, “teletrasportati” col panino ancora da finire, in pianeti dove l’atmosfera è invariabilmente identica a quella terrestre. Si va intrepidi, con amici temerari, a risolvere in mezz’ora conflitti astrali millenari tra popoli alieni, a instaurare fusioni telepatiche con mostri che si rivelano umanissimi, oppure a distruggerli senza pietà, e quando si è feriti o addirittura morti il dottore tirerà fuori un farmaco che rimedia a tutto, e anche quando il dolore è quello per un amore finito tragicamente, l’amico vulcaniano con un tocco gentile di mesmerismo o con l’imposizione delle mani lo farà subito dimenticare. Poi, ritornati a casa incolumi anche questa volta, l’eccitazione placata dall’avventura sempre a lieto fine ― perché si è invulnerabili e non si conosce la Morte e la Distruzione (l’episodio dove un co-protagonista soccombe lo vede ritornare in altri panni in un episodio successivo) ― , si ha appena il tempo di preparasi alla prossima avventura facendo rotta “laggiù, da qualche parte, a curvatura uno”, mentre bellissime ufficialesse in minigonna e collant lasciano aperta la strada ad altre, future esplorazioni.

         La serie classica di Star Trek  ― il Capitano Kirk, Spock, il dr. McCoy, Scott, Uhra, Sulu…― si conclude alla fine degli anni ’60 portandosi via con sé la facoltà di giocare del bambino. Per i bambini di oggi, come già per quelli nati nelle generazioni successive alla saga stellare, viene programmata la “terminazione” di quella facoltà il cui vero nome è lo stesso della famosa nave stellare: Enterprise: “impresa, intraprendenza, iniziativa, spirito d'iniziativa, azienda, società, progetto impegnativo”.

         Non molto tempo fa la celeberrima astronave ― proprio l’Enterprise della serie classica ― era esposta in occasione di non so quale fiera milanese, e adulti e bambini la visitavano con la stessa curiosità sopita che si ha per un sauro del giurassico archiviato nell’angolo di un museo.