Cosa significa “specialista del bambino”?

di Sandra Puiatti

 

           

Non si tratta di qualche nuova scoperta delle neuroscienze sulla psicologia evolutiva, ma di una interpretazione del comportamento di un bambino di dieci mesi, ostile e oppositiva della sua competenza.

            All’età di dodici mesi, Aldo si nutre con un sondino naso-gastrico da due mesi, mostrando un fermo e deciso rifiuto di qualsiasi cibo, solido o liquido, che si tenta di proporgli. Prima mangiava con gusto, assaggiava tutto ciò che vedeva in tavola, ora, quando compare la parola “pappa” nelle parole della madre, egli fa un gesto di diniego con il capo. Gioca e mette in bocca un cucchiaino vuoto, ma lo disdegna se contiene del cibo. Per il resto, appare un bambino giocoso e simpatico, con i suoi inviti a giocare, rivolti anche all’estraneo, se da questi gli vengono proposte allettanti; nonostante il sondino che si porta appresso riesce a dimenticarsene per sgattaiolare sul pavimento a rincorrere quello che gli sta a cuore.

            All’ascolto della sua storia, la chiave di lettura di un simile comportamento anomalo è fin troppo facile: all’età di pochi mesi viene fatta una diagnosi di una grave patologia oncologica per la quale aveva dovuto subire ben tre cicli di chemioterapia. Alla fine del terzo ciclo, il bambino, perfettamente competente nel suo principio di piacere, rifiuta di ingerire il cibo per non provare dolore, visto lo stato del suo apparato digestivo dopo gli effetti della chemioterapia.

            A questa facile “connessione” si oppone, però, lo specialista consultato, che con la sua autorità scientifica e personale dichiara l’impossibilità di fare “certe connessioni” per un bambino così piccolo, nonostante la competenza della madre, in linea con quella del figlio, gli avesse offerto la facile ragione del comportamento del bambino. Ma lo specialismo non si accontenta di ciò che è alla portata della psicologia di tutti, e ripropone la sua teoria che fa rischiare al bambino ulteriori torture non necessarie. In fondo, non si trattava nemmeno di fare chissà quali “connessioni”, visto che l’evitare uno stimolo doloroso è per chiunque la prima difesa normale del corpo.

            Ma cosa spinge lo specialista a “specializzare” il suo pensiero così da non vedere il comportamento di un bambino normale, fino al punto da fondare il proprio sapere su gravi errori diagnostici le cui conseguenze avrebbero, sicuramente, rafforzato il rifiuto del cibo da parte di Aldo?

            L’operazione dello specialismo è la diretta conseguenza di una posizione a-priori che deve attaccare la competenza individuale (la psicologia di tutti) per proporsi come istanza superiore.

La salute e normalità psichica del bambino vengono negate, non perché si tratta di un bambino ammalato, ma perché viene attaccato il  pensiero del bambino, contro ogni evidenza.  

            Essere degli specialisti del bambino significa, allora, non volerne sapere della sua competenza, della sua iniziativa personale, ma lavorare per distruggerla.