Sesso matto

 

    In una vignetta di Altan lui e  lei sono a letto e “lo” stanno facendo, ma mentre lo fanno lui legge il giornale e lei legge un libro. Siamo di fronte al tema socio-culturale “dell’incomunicabilità dei sessi”?  Oppure a quello tradizionale-casereccio del coniugio come mortificazione di ogni piacere? Il partner, dopo un breve tempo iniziale in cui non gli ho ancora preso le misure, non sarebbe ormai che qualcosa da incastrare nelle proprie abitudini? Il sesso un dovere coniugale da ottemperare sciattamente, senza più eccitazione e soddisfazione?

  Il pensiero debilitato si butterebbe subito da questa parte – il “sesso” coniugale ormai ridotto a servosterzo del proprio tran-tran – e individuerebbe il delitto nella completa perdita di ogni passione e perfino di ogni interesse, nel continuare a farsi i fatti propri, nell’indifferenza e nell’egoismo, anche  mentre si fa “quello”. Ghiotta materia per i nostri socio-preti, che tesserebbero un bel sermone invitando lui e lei a non trascurare quelle piccole, assidue, reciproche attenzioni, “che però sono tutto” (mai sentito un socio-prete invitare alle grandi  attenzioni: sono sempre “piccole”: non esageriamo!).

    All’opposto, l’eccitazione troverebbe il suo pivot  nell’amante di cui non so nulla, nemmeno il nome, insomma nel primo che passa (un’idea da Ultimo tango a Parigi, ma in definitiva di tutti i film inguaribilmente “adolessenziali” di Bertolucci).

    Quello che  non viene  in mente è che  lui e lei  stanno solo prendendosi un piacere supplementare – lui il giornale, lei il romanzo –: perché  mai dovrebbero rinunciarvi mentre “lo” fanno? Ma è proprio quello che non si sopporta: si ha la pretesa teorica  che la buona riuscita del letto si misuri dall’esclusività del momento,  da un privilegio assoluto che deve oscurare “tutto il resto”, dall’idea del  “trasporto” totale dell’uno verso l’altra,  dalla reciproca caduta in non so quale trance  erotica, mistico rapimento, sconvolgimento di tutti i sensi, adrenalina a gogo, esperienza estatica della “piccola morte” (perfino l’ultimo Fachinelli ne è stato tentato). Anche l’amore è pensato su questa falsariga: rinuncia a farsi i fatti propri per farsi unicamente quelli dell’altro, rinuncia perfino ai propri pensieri, invasamento  reciproco: si deve pensare solo a lei/lui.

    Che faticaccia!

    Una canzone di grande successo, di  qualche anno fa, definiva perfettamente questa idea dell’amore (mi sembra la cantasse, tra gli altri, l’incolpevole Lucio Battisti su testo di Mogol). Pressappoco era così: “Io lavoro e penso a te; torno a casa e penso a te; sono al buio e penso a te, mi dispiace e penso a te; ti telefono e intanto penso a te… ecc. ecc.”

    Come potrebbe legittimamente difendersi l’amata in questione da questo amore  se non diffidando l’ “amante” dal perseverare in quel pensiero persecutorio?

    Un’altra canzone di successo, questa volta certamente di Fausto Leali, enfatizza questo implacabile ritornello: “Io amo, io amo”. Chi? Assolutamente nessuna menzione è fatta dell'imputabile di questo Amore, che, in definitiva, risulta un puro optional. Notevole.

    A pensarci la questione è già trattata nella prima aria di Cherubino nelle  Nozze di Figaro:

Parlo d'amor vegliando,

Parlo d'amor sognando:

All'acque, all'ombre, ai monti,

Ai fiori, all'erbe, ai fonti,

All'eco, all'aria, ai venti

Che il suon de' vani accenti

Portano via con sé...

 

E, se non ho chi m'oda,

Parlo d'amor con me.

 

    A ritroso nel tempo, forse la scandalosa capostipite: Je t’aime, moi non plus. Lo scandalo, a quel tempo (anni ’70, mi sembra), era stato individuato nell’ansimare dei due; non si capiva che lo scandalo era invece nel titolo stesso della canzone, assolutamente intelligente: ti amo, neanch’io. (Se ne potrebbe dedurre che solo l’intelligenza è scandalosa, ma non è una deduzione: è un postulato).

 

    Contri mi ricordava un  motto che usava ai suoi tempi: “Per poterla baciare ho dovuto portarmela a letto!” Niente di più vero. Come corollario c’è il tradizionale divieto della prostituta, che permette tutto, tranne il bacio sulla bocca. È proprio vero che andando con le prostitute - o con gli psicoanalisti - ci si fa una cultura!

 

    Il nevrotico è uno che vive nel dubbio se farla definitivamente finita con l’amore o se cedere di nuovo alla tentazione e “ricascarci”. Egli non conosce l’amore se non nella forma della delusione d’amore.

 

   “Mi sono offerta a lui completamente nuda ma è rimasto impietrito, quasi spaventato”.

    Ecco finalmente un uomo che reagisce normalmente. Infatti, un’amante competente non mancherà mai di chiedere: “Come vuoi che mi vesta per andare a letto?