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(sopra una suggestione di J.Salinger e di W.Benjamin) Sul finire del servizio di leva, a casa, in licenza, complice la mia uniforme, mio padre si dilunga nei suoi racconti della Guerra come terribile formatrice di esperienza, perché insegna a fare di necessità virtù. Mica come oggi (mi punta contro il dito), "che voi altri avete la pappa cotta pronta!" In ogni caso, conclude con un misto di sufficienza e di solennità: "A te comunque è andata bene!" (Cioè l'ho scampata; ma io ho sempre avuto la sensazione di una specie di rimprovero, come se mi stesse dando del lavativo. D'altronde nella mia infanzia si usava minacciare: "Eh, non aver paura, vedrai che prima o poi arriverà anche per te, caro il mio Signorino"). Al culmine della sua requisitoria, in un pauroso crescendo, mio padre ha bisogno di tirare il fiato e trova finalmente il tempo per me: "Dai mo' dunque, anche tu, allora come si sta nell'esercito?" Risposta al fulmicotone, credo da reminiscenza salingeriana: "L'esercito? Al confronto la Guerra è amabile!" Per accorgermene mi erano bastati pochi giorni di leva (forse il primo), ma è un fatto che io, per tutto il servizio di leva ho desiderato che scoppiasse la Guerra per togliermi dall'Esercito (si è capito che le mie licenze non erano proprio il massimo). Avevo però un vantaggio su mio padre: sapevo che dalla Guerra non si torna più ricchi, ma più poveri, assolutamente più poveri di esperienza; e lo sapevo grazie ai film sui reduci dal Viet-Nam e grazie a un appunto giovanile di Walter Benjamin, uno dei miei miei veri padri a quel tempo. In più, adesso, so un'altra cosa, rispetto a Benjamin. So che la Guerra è stata il punto di fissazione conclusivo della psicopatologia dei nostri padri. Ecco perché ne parlano con tanto amore. Lì si sono giocati tutto, lì sono rimasti, dal campo di prigionia non sono mai più tornati. La miseria, gli stenti, la fame, la paura della morte, il sopravvivere alla giornata, l'indigenza, le stesse frasi, gli stessi gesti, hanno alimentato, negli anni successivi e per tutta la vita, irrevocabilmente, la loro nevrosi ossessiva, bastione invalicabile contro la possibilità di ritornare a desiderare e a possedere. I ricordi di Guerra sono diventati il loro Gruzzolo, quello che li ha espropriati di tutto e che dice ai figli: noli me tangere. E' falso che quei ricordi potessero essere produttori di esperienza perché, all'opposto, sono stati sempre branditi contro ogni possibilità di trasmetterla, l'esperienza. Sono stati avaramente, grettamente custoditi in una cassaforte rigonfia di risentimento e di qualche "dindino" (spesso, nemmeno quello). L'"esperienza della Guerra" è stata il loro accanito, militato moralismo. Inscalfibile da tutti i possibili e impossibili: "Padre, non vedi che brucio?" Hollywood è stata più lucida del Neorealismo italiano, anche quello più grande, dei Rossellini. Le macerie di Germania anno zero sono più sopportabili della gretta ignoranza dei nostri Padri di Guerra, infinitamente reduci dalla loro nevrosi a oltranza e senza che il pensiero della loro patologia nemmeno li sfiorasse. Ma meglio: Padri del Dopoguerra. Il Dopoguerra novecentesco è stato una catastrofe di tali proporzioni che al confronto la Guerra che l'ha preceduto impallidisce.
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