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Lui
Quindicenne, seconda liceo, filiforme, ricurvo, abiti striminziti, calzoncini corti, scarpe d'epoca, occhialini, cestino della merenda in mano, cartella sulle spalle. Non sto descrivendo un adolescente di mezzo secolo fa, ma di oggi. Inibizione del pensiero (“questo-quello non si deve-può neanche pensare”; “non si deve giudicare”; “come ti permetti ?”); inibizione del linguaggio (balbuzie, sgrammaticature, sintassi sconclusionata, frasi troncate sul nascere o a metà, nessuna modulazione della voce); inibizione del movimento (goffo, maldestro, andatura spezzata e obliqua, testa bassa, occhi fissi per terra). La promozione in seconda non è una vera e propria promozione per meriti ma un “surrogato” senza valore, decisa nell’ambito di una finalità “integrativa e riabilitativa”, una sorta di decisione rimandata alla fine del primo biennio, a causa della sua “ingiudicabilità” didattica. La sua giornata: cinque-sei ore di scuola, pausa pranzo, ripetizioni, ginnastica correttiva, nuoto, dentista, compiti, computer. Tragitti: casa-scuola, scuola-casa (da fermata bus a fermata bus: pacco postale accompagnato e venuto a riprendere dal padre-postino). A casa: rapporto comando-esecuzione (coi genitori o col computer). La mia consegna e competenza: addestrarlo a prestazioni più efficaci, soprattutto a scuola, vincere il suo ostruzionismo, ottimizzare l’utenza. Conclusioni dei genitori: comunque dobbiamo tenercelo, ci serve per odiarci. Conclusioni della scuola: ci serve per i nostri Programmi Adattativi. Alla fine del biennio si pensa di indirizzarlo a una scuola di mosaico (lui adora il puzzle). Amicizie: una ragazzina della sua età, carina, ha il compito (prescrittole dal padre, amico di famiglia) di fargli da psicoterapeuta. La cosa va avanti da anni e la ragazza sta ammalandosi: avuto il mio nome mi telefona per dirmi che non ce la fa più. Nessuno ha voluto e saputo cogliere quello che è sotto gli occhi di tutti: lui è cotto di lei, e lei, essendo sana, non ha nessuna vocazione al sadismo psicoterapeutico (e lui lo sa, e la apprezza per questo). Glielo dico (so, in questi casi, di non avere molto tempo). Insorge: l’eccitazione sia mortificata sempre e dovunque! Come ti permetti di pensare a lei così? Come ti permetti, caro “il Psicologo” (così mi chiamava), di dirmi che lei mi piace? Viene poi il momento in cui questo stesso pensiero si sposta su sua madre. Rivelazione: anche mia madre potrebbe essere sessuata, potrebbe essere una donna! Reazione violentissima, si agita tutto, gesticola indignato, è sconvolto. Lapalisse, Lapalisse! – incalza il Psicologo - tuo padre e tua madre, almeno una volta, saranno stati un uomo e una donna? Almeno per quella volta, avranno scopato! (Inutile, data la situazione, andare tanto per il sottile: meglio la rissa aperta, a patto di assumersene le conseguenze). - Stai zitto! Non ti permettere mai più di dire queste cose! - Ma guardati! Fai schifo! Come puoi parlarmi della ragazzina se non ti rendi almeno un minimo presentabile? Sembri uscito da una fotografia dell’era preistorica. La ragazzina dovrebbe interessarsi a te per pietà? - (In lacrime) Basta, basta! Io non voglio più venire qui! Le vestigia della competenza erotica di lui erano già emerse, in forma frammentaria e deformata, in alcune frasi dove venivano introdotte surrettiziamente delle allusioni all’impulso a guardare le “gambe dei cani”. Bastava dunque seguire il percorso lungo le linee tratteggiate perché venisse in rilievo questo disegno: “Io so che tu pensi, perché hai il pensiero della donna, perché ti piace, e so che, se lei vuole, tu ti puoi permettere di avvicinarla, a patto che tu ti renda piacevole e piacente perché lei possa volerlo, e cioè che tu cominci a darti una mossa per imparare a parlare bene, a camminare bene, a mangiare bene, a dormire bene, a vestire bene, a essere colto e a coltivarti perché così come sei nessuna ti degnerebbe giustamente di uno sguardo. Lei Inaspettatamente, un giorno mi arriva tutto eccitato: sotto la tortura della sua balbuzie vengo a sapere che è merito della nuova insegnante di sostegno. Ma dopo un paio di incontri, lui non ne vuole più sapere: non vuole più andare a scuola, non vuole più venire in seduta. Che cosa è successo? Prendo appuntamento con lei. Ricevo una giovane donna, molto graziosa, boccoli biondi, elegante. Mi dica. Lui, durante la lezione, si era a un certo punto preso la licenza di appoggiarsi con la testa sulla spalla di lei. “Come ti permetti? Provaci ancora e ti mando dal preside!” Patatrack. Ciò su cui quella testa contava di appoggiarsi – il sostegno – era venuto meno. Lei era venuta meno alla sua competenza professionale? No, semplicemente alla sua competenza tout-court. Possibile non aver trovato altre soluzioni diverse dal come-ti-permetti, per una volta che lui si è permesso? Lei aggrava le cose perché informa immediatamente i genitori dell’accaduto. E allora, di nuovo: Come ti sei permesso? Ripatatrack. Un’emicrania grandiosa impedisce ora a lui ogni pensiero, parola, azione e lo costringe a letto nella più completa immobilità. Finalmente ci siamo: a dare il colpo di grazia mancherebbe ora solo la certificazione di il Psicologo: non è forse per questo che finora è stato sopportato? Quest’ultimo invece, per stanare dal mutismo il suo paziente, si lascia andare ai più crassi apprezzamenti delle grazie femminili di lei. Sa bene, per esperienza, che ha le ore contate, che da un momento all’altro arriverà la rappresaglia, che glielo toglieranno di brutto, che forse arriveranno anche le denunce: ha a che fare, come sempre più spesso ultimamente accade, con un’associazione per delinquere ben scafata. Sa anche che il suo giovane paziente sarà il suo accusatore più inesorabile. A lei ribatto: “Quando è entrata qui, per prima cosa ho pensato che lei è una donna,che il suo aspetto è piacevole e che questo poteva rendere le cose più gradite; per seconda cosa ho pensato che lei è una insegnante di sostegno. Lui ha pensato esattamente come me. Credo che sia normale. Se vuole riprendere il lavoro con successo gli permetta il pensiero che lei è una donna, non glielo proibisca. Questo renderà tutto più facile (so bene che è in questo e solo in questo che ci sono sempre meno donne facili). Obiezione di lei (eccola lì, pronta): “Ma insomma, e se allora io fossi un uomo?” - “Sarebbe stato esattamente lo stesso. Solo che in quanto donna lei è più favorita. Io ho dovuto sopportare molti mesi di insulti e ostilità senza nemmeno riuscire a arrivare là dove lei è arrivata in meno di due ore.”
Ma cosa c’entra questa storia con il mangiare e il bere e con l’uomo e la donna? Un film ha il merito di avere legato insieme questi magnifici quattro; si intitola, appunto, “Mangiare, bere, uomo, donna”. Nessuno ci impedisce di ricavarne la seguente massima: C’è mangiare e bere perché c’è Uomo e Donna; altrimenti non c’è più fame né sete, e nemmeno più docenza: resta solo l’indecenza. E la delinquenza. |