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"Gestione"
Altra moderna bestemmia, altro test: il verbo gestire (ma la lista è lunga). Non è possibile avere qualsivoglia rapporto con chi usa compulsivamente questa parola. Esageriamo? La parola "gestione" denota impotenza ma rinnegata e professata, al contrario, come indice di potere e autonomia, in realtà di pre-potenza. “Gestisce” – cioè, letteralmente, “gesticola”, da gesto – chi ha rinunciato a governare. Il soggetto in questione è l’Io abdicante la propria autorità. Gestisce quell’io che, come scrive Freud, “non è più padrone in casa propria” e che non ha più nessuna autonomia. Ma che cosa si gestisce? Si gestisce l’angoscia. La rapida ascesa fino al successo indiscusso di questa parola – entrata tanto prepotentemente quanto rapidamente in auge nel linguaggio comune: solo dieci-venti anni fa era usata esclusivamente in ambito aziendale-amministrativo (come in “gestione delle entrate e delle uscite” o del personale, o i “costi di gestione” ecc.) – dipende essenzialmente dal suo essere un formidabile ansiolitico. Non ce la faccio più (a governare): dunque gestisco. È cominciata negli anni settanta: ricordo uno degli slogan prediletti dalle “femministe”: “Io sono mia e mi gestisco da sola” (Io ballo da sola: ancora l’adol-essente Bertolucci). Si vede già che è cominciata male, come obiezione di principio. Non ai “maschi” ma al rapporto, come la ragazza che al telefono risponde: “Pronta” invece di “pronto”. L’obiezione investe perfino la lingua, che diventa il pretesto di un’ astratta disputa sessuale. Che bisogno c’è? Quanta presunzione bisogna avere per non accogliere pacificamente i lemmi che la lingua italiana mette a disposizione, immaginando che essa - la lingua parlata - contenga un'ingiustizia sessuale? (La questione, qui solo sfiorata, riguarda l’avvocato e l’avvocatessa, l’ingegnere e l’ingegnera, il magistrato e la magistrata, il medico e la medichessa, il giudice e la g… ?). Oggi si parla di “gestione del rapporto”, senza avvedersi che, se gestione, allora nessun rapporto. “Noi genitori abbiamo il problema di come gestire i nostri figli”. Ma, se gestito, allora nessun figlio. Infatti il “gestito” ha preso il posto dell’erede. Cos’ha a che fare la trasmissione di un principio di eredità (al di là dei più svariati contenuti o beni ereditari), che è quanto definisce il rapporto con un figlio, con un problema di gestione? E puntualmente: “Non sappiamo più come gestire nostro figlio”. Angoscia. Ma il referente della frase non è un figlio, è piuttosto un bambino in affido (dunque inevitabilmente inaffidabile), che poi crescendo diventa “ingestibile” perché osa addirittura avere dei desideri, come se già non bastassero i costi di gestione sostenuti per i suoi bisogni – vedesse che ingrato, dottore! E dire che non gli abbiamo mai fatto mancare niente. Ma cosa vuole da noi? Un tempo, quando esistevano ancora i cortili e le strade (fino agli anni sessanta), ovvero le occasioni di rapporto, c’erano i monelli; oggi la Gestione ha eliminato le strade e i cortili, e i bambini possono darsi appuntamento solo per mezzo dei loro genitori-segretari-amministratori, in apposite aree adibite all’infanzia, entro tempi predefiniti e sotto stretta sorveglianza. Nulla di più tragico di un parco-giochi, anzi di una “ludoteca”. L’estinzione dei monelli ha lasciato il posto agli ingestibili. Di questi ultimi si occupa il Grande Gestore, lo Psicologo: su “segnalazione” del “caso”, ma tra non molto, vedrete, “d’ufficio”: basterà essere un bambino e non reggere correttamente seduto nell'apposito banco la quinta ora di noia scolastica. Rimangono gli ingestibili perfino dallo Psicologo: li chiamano “autistici”. Ma quello che non si vuole ammettere a nessun costo, è che non si tratta d’altro che dei vecchi monelli, con un nuovo look. Questi irriducibili hanno dovuto adattarsi ai tempi, al nuovo corso. Ma a cosa sono irriducibili, se non al fatto di non essere stati trattati come eredi? Almeno in questo modo li fanno pagare cari i loro costi di gestione.
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