Essere galanti con Mizoguchi e Kafka





Lucido tanto quanto crudele il film di Mizoguchi Kenji Vita di O-Haru, donna galante (1952), che racconta la parabola di una donna che non fa altro che esercitare dall’inizio alla fine la sua facoltà di giudizio. Ciò che le viene rimproverato come il suo “orgoglio”, non è che il suo atto di giudicare, il non cedere al retaggio dell’inganno, della menzogna, dell’affettazione, della tentazione, dell’umiliazione. Giudica con immediatezza, senza pensarci su, spontanea e naturale, giudica con innocenza, senza alcun intento di nuocere a se stessa o agli altri; ma quanto più non rinuncia al suo giudizio, tanto più nella sua vita cresce solo la rovina. Il suo passo resta integro come quello di un bambino che non può conoscere l'odio dell'invidia, e che non lo riconosce. Così manderà a morte l’uomo che ama, perderà il padre e la madre, sarà costretta a rinunciare e poi rinuncerà di sua sponte al figlio che ha partorito, sarà cacciata da tutti coloro che si sono presi cura di lei, diventerà cortigiana, prostituta, rimarrà sola, vecchia, malata, abbandonata da tutti, fino a ridursi a vivere, da mendicante, della carità degli altri. Il tutto senza risentimento, rivendicazione, vocazione al martirio; senza nessuno stoicismo, anzi: con fragilità e non senza pianto; il tutto senza masochismi e psicologismi e senza appellarsi alla Causa del trauma, della società malvagia e corrotta, dell'oppressione “maschilista”; il tutto senza redenzioni né resurrezioni, e senza il conforto della religione e della conversione monacale, da cui pure è stata tentata; il tutto con ineguagliabile eleganza formale, e, come dire, sfolgorante nel suo Destino, unicamente libera di servire fino in fondo la propria pulsione di morte, da cui viene tutto il suo erotismo, il suo essere “galante” anche nella catastrofe.

Eppure non vi è nessun eroismo in questo, nemmeno l’eroismo di chi pretende di “difendere il proprio giudizio”. Sembra invece che la questione sia, molto più semplicemente, il suo non poter fare diversamente. Come se il giudizio non avesse un fondamento, e non appena lo si voglia fondare su una ragione, sia ingannato, perduto, precipitato nelle astrazioni dell' “inferno dell’etica”. Come se il giudizio e il corpo fossero una cosa sola e, non avendo più altro al mondo, ci serrassimo stretti stretti al nostro giudizio come il bambino mortificato dalla menzogna dell'Altro si stringe al suo gattino e, se anche questo gli viene tolto, si stringe al suo corpo. Come non vedere che l'angoscia, che O-Haru non conosce, è il non avere più nemmeno il proprio corpo da abbracciare? Ciò che importa è non farsi distogliere dal giudizio, non farsi tentare, saperlo custodire come il solo punto di individuazione che abbiamo, tradito il quale non ci restano che identificazioni a buon (o cattivo) mercato, vale a dire che l'unico posto che possiamo allora occupare è quello dell'Altro, perché non ne restano altri. L'incapacità, il disagio, l'inibizione dell'adulto nel rivolgersi al bambino senza pedagogia è il segno più evidente della perdita del proprio corpo, della meschinità amorosa, della mancanza di galanteria, sopravvissuta al massimo in stucchevoli cerimonie démodé. Sarà forse per questo che nell’atto di giudicare (quando non si limita a valutare ciò che conviene e ciò che non conviene, come se una questione tanto comoda, diligente e ragionevole potesse porre dei problemi) si percepisce sempre una punta di spietatezza, di crudeltà che è priva di ogni scrupolo o riguardo nei confronti dell’altro, e ci mette in condizione di dover decidere se andare avanti fino in fondo, senza fare sconti o compromessi. Che sia questa la vera questione, anche nel giudizio più mite, e già da bambini? “Crudele” è colui che mangia la carne cruda, colui che non è ancora addomesticato, e che forse non è addomesticabile. È possibile una civiltà di uomini non addomesticati, non addomesticabili? “Come d’altronde ogni educazione, scrive Kafka, uomo galante, in un passo soppresso delle Indagini di un cane (1922), mira probabilmente a due cose soltanto: in primo luogo a respingere l’irruente assalto dei bambini ignoranti alla città e poi a introdurre i bambini umiliati nella menzogna − con dolcezza, a poco a poco, impercettibilmente. E andò sempre peggio quando fui adulto, ma non disposto a cedere”.

Chi poteva pensare, come hanno pensato Kafka e Mizoguchi, che “non cedere sul proprio desiderio” sia una questione di galanteria?



Novembre 2007