Dell’inconscio svenduto per un caffé L’altra sera, insieme a due amici psicoanalisti, sono entrato in un caffé per bere appunto un caffè. Dopo parecchio tempo di attesa, visto che nessuno si curava minimamente di noi, e il posto era assai squallido, e non proprio immacolato, ci era venuto il Trieb di svignarcela. E invece ci siamo seduti comunque: perché eravamo già lì, per educazione, perché non sta bene andare via, per coerenza, per mancanza d'iniziativa, di energie, ecc. Morale: beviamo una tazza di caffè, il cui contenuto inqualificabile era esaltato solo dalla correzione di non so quale brodaglia alcolica, e la beviamo tutta, come bravi soldatini, mentre ci diciamo − per giunta! − che stiamo ingurgitando della robaccia. Insomma, se il giudizio non ci mancava, allora perché…? Perché stavamo ciarlando, non senza compulsione, di cose “alte”, di cose “psicoanalitiche”. Morale: la mattina seguente, dopo una notte non proprio riposante, puntuale, e per tutti, un mal di testa memorabile, di quelli da sanzione, meno causato dal fegato o dallo stomaco avvelenati che dalla testa: ma dove l’avevamo? E il terzetto di inibiti ci ha pure riso sopra! Seconda morale: o segui l'inconscio o paghi dazio; il che significa: basta con gli scrupoli, soprattutto quelli formali, e in particolare basta con i pensieri alti e i pensieri bassi. La "castrazione" sarebbe coincisa con il venire via da quel posto, senza procrastinare, e, prima ancora, nel tagliar corto con quei discorsi. Ma nessuno ha reso all'altro questo servizio. Particolare non trascurabile: non c'era niente che ci obbligasse, nemmeno per un istante, a restare in quel posto, liberi in ogni momento di andarcene. Ma il fatto è che, una volta che sei entrato dove non devi, e mille segni (sintomi: non esistono solo quelli patologici) ti spingono a squagliartela, invece di uscirne alla svelta perdi tempo, e rinvii, rinvii, fino a cercare legittimazioni per restare a tutti i costi dove non vorresti restare nemmeno un momento di più. E non c'è rospo che non saresti disposto a mandar giù. |