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Pochi sanno che l’accumulazione primitiva di capitale – i mezzi di produzione del profitto – ce l’hanno in bocca, nella lingua. Può essere che questo bene naturale venga loro espropriato fin da subito, e non se la sentano più di parlare per anni e anni fino a quando non incontrano qualcuno che desideri sul serio le loro parole e le desideri al punto da assediarli fino a espugnare l’enclave mutacica, senza ricorrere ai cavalli di Troia ma continuando, inflessibilmente, a rivolgere loro la parola come a esseri pensanti e non dementi: sono i cosiddetti bambini “autistici”. Costoro non parlano, e piuttosto che parlare si fanno ammazzare, non perché sono scemi ma perché sono i duri più duri di San Vittore: “Mamì, mamì, mamì, quaranta dì quaranta not…” Per far loro aprire il becco (sensatamente) bisogna diventare più duri di loro, “terzogradisti” senza scrupoli, psicopoliziotti pronti a pestarli se non cantano, Michelangeli sempre pronti a brandire i martelli… E non potevamo che partire da quelli che in merito al parlare ci insegnano due cose fondamentali: 1. non si parla per comunicare qualcosa a qualcuno, meno che mai per dare delle “informazioni”; 2. il test del saper parlare è determinato dalla disciplina del non parlare, dall’essere capaci di non parlare; Quanto alla lingua, bisogna farsi duri e puri come gli autistici (impariamo da loro almeno questo): io non faccio“conversazione” con voi, non vi do del “tu” e non me lo lascio dare, non vi racconto le mie storie, non dico “qualcosa” tanto per dire, per compiacere, non sono beneducato né maleducato nel mio dire o non dire, “saluta il Signore”, “Come si dice?”, “Ringrazia il Signore”: ecco come vanno le cose, quanto alla lingua, fin da subito. Non stateci. Non ingegnatevi a inventare battutine spiritose a tavola a ogni piè sospinto, perché non dimostrate di essere né arguti né simpatici ma solo compulsivi e imbarazzati. La lingua non è fatta per comunicare, per informare, per scambiare messaggi, messaggini, essemmesse. Abituatevi a stilare un elenco di frasi e di parole da non dire mai e individuate in esse le moderne bestemmie linguistiche, offese mortali alla lingua, all’intelligenza, alla possibilità di fare affari, all’universo di tutti gli altri, a Dio. La parolaccia non è dire cazzo ma “gestione del ruolo genitoriale”, "crisi della figura paterna", "elaborazione dei propri vissuti", "utenza psicoterapica", "esubero della forza-lavoro", "portatore di differenti abilità", "interazione con l'ambiente materno", “il mio percorso soggettivo”, "area cognitiva", "un caso molto umano", "sono fatto così"… Non esiste parolaccia di dimensioni inferiori a una frase. La bestemmia non è del cafone ma del cólto.
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