L’analisi è un invito a cambiare discorso

 

   Spesso mi capita di ascoltare – dentro e fuori il divano, per esempio nel riportare una considerazione sul procedere dell’analisi del proprio partner, svolta parallelamente alla propria – la frase: “sta lavorando sui propri sintomi; o disturbi”, o “sulle proprie difficoltà”; o ancora, più coltamente: “sta lavorando sulla propria nevrosi”; o, più semplicemente e direttamente: “ci sta lavorando su (ai propri problemi)”.

   Il richiamo è all’attenzione: “ci sto lavorando” – sulla mia nevrosi, sui miei problemi, sulle mie difficoltà, ecc. – può voler dire solo che la sto incanagliendo,  proprio come si lavora a più non posso all’interno del regime-canaglia dell’inibizione del pensiero. Infatti nella cura non si tratta di “lavorarci su” – continuando a ripensarci, a ridiscuterne – ma di passare a un altro discorso, proprio come quando il tener duro sulle proprie “paturnie” cede repentinamente il passo a un pensiero individuale, magari nel riferire un commento sentito alla radio poco prima di cena, per discuterne insieme. La conversazione che può seguirne (ma potrebbe essere la proposta di uscire al cinema o qualsiasi altra), è il segno che si cambia discorso, che da quel momento si è passati a un discorso altro da quello della psicopatologia, incrementato – incanaglito – dal “lavorarci su”. Un’analisi non è un lavoro sulla propria nevrosi (che è una buona definizione di psicoterapia) ma l’invito a iniziare a cambiare discorso. Senza più indugi. (Altrove l’abbiamo detto in altri termini: “l’analisi non è cura della psicopatologia”).