La Borsa del pedoporno. Microsoft e la Polizia postale contro il bambino
affarista
Sul sito web della Polizia di Stato leggiamo:
" Un software per
scoprire gli "orchi" della Rete.
Potentissimo,
sofisticato, innovativo. È il nuovissimo software targato Microsoft, il
Cets (Child exploitation tracking system – Sistema di
tracciamento contro la pedopornografia), che da oggi è a disposizione
degli esperti della Polizia di Stato per scovare gli "orchi" nascosti in
Rete. "Noi crediamo nella prevenzione – ha detto il capo della Polizia
Giovanni De Gennaro durante la presentazione del nuovo software -,
nell'effetto deterrente che un sistema come questo può creare a chi si
accinge a entrare in siti pedopornografici".
Gli agenti della
polizia postale e delle comunicazioni saranno i primi poliziotti in
Europa a utilizzare questo strumento di indagine, messo a disposizione
gratuitamente della polizia italiana dalla multinazionale di Bill Gates.
"
Per
l’occasione, un importante uomo di Stato è invitato a ispezionare i
metodi per individuare i siti “pedopornografici”, e “per quasi due ore”
gli scorrono davanti le immagini più raccapriccianti. Benché a fatica,
egli riesce a reggere alla vista dei gironi infernali, fino a quando,
almeno, non viene informato sulle ultime tecniche di adescamento: il
pedofilo propone alla sua vittima una ricarica via internet del
cellulare in cambio dell’invio di fotografie proibite. A questo punto la
misura è colma: è intollerabile! Inammissibile! La moderazione di cui
fino a quel momento aveva dato prova cede il passo alla violenta tirata
sull’ “Impero del Male”, nell’unanime consenso e indignazione.
Nel leggere
la notizia sui quotidiani sentiamo che ci sfugge qualcosa: qual è,
infatti, l’oggetto dello scandalo?
Concludiamo
subito che non è il pedofilo, se non indirettamente. Ma allora, per
deduzione, non può che essere la sua vittima. Il bambino che fa
commercio col pedofilo, che mercanteggia i propri “nudi” in cambio delle
ricariche del cellulare, perché dobbiamo necessariamente inquadrarlo nel
reato di adescamento e di child explotation? In fin dei conti,
perché non considerarla una proposta d’affari, per quanto “sporchi”?
Bisognava
aspettare la domanda del pedofilo per permettere al bambino di offrire
una merce di scambio (le fotografie, che sono il prodotto di un suo
lavoro per il profitto) sul mercato! Nella nostra cultura, infatti,
l’unico business possibile al bambino è quello della pornografia, dove
peraltro egli deve sempre figurare come minore sfruttato. Almeno il
pedofilo, nonostante i suoi torvi scopi, per concludere l’affare è
costretto a riconoscere al bambino la facoltà e il libero arbitrio (il
bambino potrebbe non starci) di operare transazioni, perché non c’è
dubbio che per il bambino le foto più o meno “oscene” non sono altro che
merce di scambio (al pari di ogni altra), mentre le ricariche sono il
suo conto in banca che si incrementa.
Allora il
vero scandalo non è il commercio del bambino col pedofilo ma il
commercio del bambino tout-court, il fatto che si sia messo in
affari per conto suo, in barba al “parental control” che non gli
riconosce alcun libero arbitrio nel prendere una iniziativa per il
profitto, ma sempre e solo la passività da mentecatto della povera
vittima innocente. Perché la cosa non cambierebbe affatto se, invece di
corpi nudi e atti osceni, si mercanteggiassero le normali fotografie di
famiglia (o qualunque atra risorsa alla portata del bambino): lo
scandalo non è tanto il “pedoporno” quanto l’impossibilità di fare
affari tra adulti e bambini senza che subito non si parli di
“sfruttamento del minore”.